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Presentazione di Nicola Fusco

La luce, il rigore, l'immagine e l'immaginario nell'opera di Sandra Batoni.

La scelta di un linguaggio espressivo che viene rifacendosi alla più autentica tradizione italiana del 900 o, se si vuole, alla grande tradizione tonale della pittura italiana, è certamente per Sandra Batoni ben più che una scelta di arte e di mestiere: non viene infatti a situarsi unicamente come la scelta di una riduttiva "tecne", ma finisce invece per aderire ad una ben più vasta scelta di vita. Partendo infatti dal denso, caldo, materico avvolgente pittoricismo, e dalle più valide ricerche luministiche di certa Scuola Romana, ha saputo guardare, per la composizione, oltre che per il gioco brioso, talvolta ironico e sottilmente allusivo della citazione, anche alla grande arte rinascimentale, come quella di matrice pierfrancescana più tagliente e matematica, più rigorosa ed inquietante ad un tempo. Essa viene così preparando ed elaborando "atmosfere dell'attesa" dove "tempo sospeso" e "memoria" convivono in una dimensione dell'anima fatta di quiete e silenziosa intimità, laddove vengono a rintracciarsi persino "nuances" di marca proustiana che talora confluiscono però con un "disincantato incantamento" quale lo si ritrova in alcune opere di un autore "inattuale" eppur modernamente presente come ad esempio un Balthus. Dalla tradizione della Scuola Romana Sandra Batoni prende principalmente la passione per lo studio del rapporto fra la luce il colore, la continua tensione a cogliere, a possedere e dominare sia l'una che l'altro. La ricerca è rivolta alla conquista di una luminosità rigorosa e determinante, essa stessa legislatrice e creatrice degli spazi e degli oggetti, e perciò capace di stabilire efficacemente, e di altrettanto efficacemente controllare, con precisione quasi millimetrica, la tonalità e modalità dell'emozione da rendere o da suscitare. Il controllo della luminosità non si esprime qui nel gioco di far brillare un riflesso, ma è invece funzione fondante della concezione dell'opera d'arte. Dominare la luce sembra qui quasi l'espressione di una meditazione che si sforzi di rintracciare il "momento edenico" della creazione come sorta di "creazione globale", emanazione continua di cui la luminosità viene ad essere la vibrazione portante. Ma l'alta lezione della Scuola Romana, che poi in Sandra Batoni finisce per rivivere e nell'omaggio al più ritirato, al più intimista forse, al più schivo certamente dei suoi Maestri, al più attento ai valori della luce e della materia pittorica, quell'Emanuele Cavalli pieno di riserbo di cui Sandra è stata allieva, se non fosse più giusto usare il termine più intimo ed affettuoso di "discepola", questa alta lezione - dicevamo - viene a filtrarsi ed a manifestare le proprie suggestioni per il tramite di una tavolozza che - quasi paradossalmente - sembra preferire le tonalità fredde, ed una "temperatura di colore" in cui le terre e le ocre, finiscono per stemperarsi preferibilmente negli azzurri e nei chiari, i quali, più che in taglienti "luminosità mattinali" sembrano destinati a tra­smutarsi nella oggettività distanziante di elettriche, fredde e taglienti atmosfere al "neon". E la luce, pur vibrante, finisce qui per non apparire mai naturale, ma sempre talgiente, definitoria e decisamente rivelatrice.
È la luce, infatti, che rivela, definisce, plasma, costruisce e ri­costruisce gli oggetti, in una maniera tale da essere allusiva anche di lontani echi di surrealtà, e se vogliamo di una iperrealtà persino estraniante e distanziante, si da farli vivere di una loro più vera ed intensa realtà, quasi che mantenessero solo legami molto deboli con gli oggetti reali di cui sono invece l'immagine rivissuta. Oggetti che narrano una storia sospesa che sta per compiersi.
Attenzione: essi non sono mai gli arredi di una ipotetica scena; sono anzi essi stessi sul punto di rivelare verità arcane, eternamen­te inesprimibili. Sono essi, infatti a parlare il linguaggio dell'attesa, imponendo se stessi in muto ma pur eloquente dialogo, come ci hanno peraltro insegnato altri maestri del 900, pur lontanissimi da qui per moduli e stilemi formali (si pensi ad esempio ad un Morandi) ben capaci di dar vita alle cose inanimate.
Oggetti che non solo ci parlano del loro distacco sospeso, inquietante anche se talora elegiaco, ma si parlano; vanno instau­rando un sottile gioco di rimandi, una complessa inesauribile rete di significazioni, una sottile semantica comunicativa, giocosa sin­tassi da cui emerge evidente il disincanto dell'ironia. Ironia e disin­canto che si fanno pensosi, talora mesti, come in un "eidillion" ellenistico o come in un affresco pompeiano, quando gli "oggetti" rappresentati sono figure femminili, che appaiono consapevoli, talora assorte in se stesse, ma come se fossero immemori di quel sottile eros che le loro pose spesso in abbandono potrebbero susci­tare. Riflessive e quasi distaccate esse parlano mute, non tanto di storie di donne, ma per dire sommessamente molto di più - ed in maniera più profonda ed introspettiva - molto più di quanto viene sguaiatamente affermato od urlato, sulla complessa vicenda della donna nel mondo attuale. E nel dipingerle anche la loro autrice, come in un gioco di rimandi e di specchi, o come in una storia "zen" si lascia assorbire totalmente, e attraverso i lacciuoli di geo­metrie illusionali finisce per entrare essa stessa nel gioco di incate-namenti di uno spazio immaginario sì; ma sempre immaginato col massimo rigore, e che viene per lei a definire una più che perfetta consonanza di arte e di vita.

Nicola Fusco

 


 

Credits: Studio V.Mirannalti